Giovedì 25 Ago 2016
 



Terre di Castagno

Questa carta rappresenta le aree a castagneto delle due provincie emiliane già incluse nell’antico Ducato Estense, ancor prima dell’Unità d’Italia.

Il castagneto da frutto, come gli insediamenti storici nella collina e nella montagna emiliana è un elemento che persiste nel tempo. Insieme alla lingua, ai riti rurali, alla cucina è davvero, per dirla con F. Braudel, un fatto di lunga durata. I castagneti caratterizzano il territorio appenninico al pari della strada, del tratturo per le greggi, del borgo, della chiesa, della pieve, del castello, della torre, dei versanti terrazzati.

Anche da una rapida osservazione di questa carta, di piccola scala (1:125.000), emerge come la presenza dei castagneti corrisponde spesso ai centri più popolosi, la loro dimensione è legata alla dimensione demografica dei paesi ai quali forniva sostentamento. I luoghi castanicoli, citati in documenti storici come il “Viaggio agronomico per la montagna reggiana” compiuto nel 1800 dal Conte Filippo Re, sono tuttora riconoscibili: Gazzolo, Nigone, Busana, Culagna, Marola, Civago, Costabona, per indicarne alcuni. Le testimonianze del passato mostrano come la castagna fosse una delle maggiori produzioni della montagna reggiana:

Negli anni ’30 del ‘900 sempre in territorio reggiano la castagna rivestiva ancora una notevole importanza agronomica come descritto nel libro “Il castagno nella provincia di Reggio Emilia” di Sergio Ferrari, stampato nel 1934,in cui veniva censita una superficie a castagneto da frutto di 4.630 ha, per una produzione di castagne di 35.398 q.li.

Negli anni ’60, in corrispondenza del passaggio epocale dell’inurbamento e dell’industrializzazione, con il conseguente declino del territorio rurale e montano Appenninico, cominciano ad emergere i problemi che queste grandi superfici a castagneto, non più coltivate, causavano: perdita di valore economico, degrado del castagneto “giardino”, perdita di valore paesaggistico, le prima manifestazione di malattie diffuse come il “cancro della corteccia” o il “mal d’inchiostro”.

Come stava avvenendo per i borghi, per gli edifici in pietra di origine medioevale, il castagneto in pochi anni diventa qualcosa di diverso da ciò che si era visto per secoli. Il paesaggio è sempre specchio fedele delle trasformazioni della società,soprattutto in Italia.

Ma l’identità rurale che è nella memoria collettiva italiana e padana, non è cancellabile e sul castagneto, comincia una riflessione che supera i confini strettamente economici e forestali.

D’altronde il castagneto è da sempre un luogo non soltanto di produzione agricola per la gente di montagna, ma anche di incontro tra le persone, momento di riti stagionali e collettivi: la raccolta, l’essicazione, il trasporto al mulino, il canto del Maggio.

Negli anni ’60 e ’70 del ‘900 rispetto al castagneto si manifesta un interesse turistico e culturale. Sono indicativi, da questo punto di vista, gli atti del convegno “Problemi del castagneto appenninico” tenutosi a Borgo val di Taro nel 1962 con la presenza di illustri relatori.

 

Giuseppe Bosetto, Capo dell’Ispettorato Regionale Foreste per la Toscana diceva in quella sede: “.. Conservare e migliorare il castagneto infine perché è una delle più tipiche e delle più belle espressioni del paesaggio italiano … salvare il nostro castagneto da frutto dalla sua progressiva distruzione, significa garantire al Paese la conservazione di una ricchezza naturale che una volta perduta non si rifà più.”

 

Edoardo Jedlowsky, Capo dell’Ispettorato Regionale Foreste per l’Emilia-Romagna, oltre che riportare le superfici e le produzioni elenca i castagneti “di interesse turistico” e descrive gli orientamenti per la loro conservazione.

 

Qualsiasi villaggio del nostro Appennino, il più povero ed il più sperduto, non è del tutto povero e non sarà a lungo abbandonato, se il castagneto continua a fargli corona… Per questo, lasciare che le pendici dei nostri monti si spoglino dei castagneti, assistere inoperosi al declino dei castagni secolari che ornano i paesi, sarebbe un errore e una colpa. Questi paesi che, in passato, traevano dal castagno, in modo diretto, la prima fonte di vita, possono oggi derivarne una nuova ricchezza, perché il castagneto rappresenta appunto un sicuro insostituibile richiamo turistico per quanti abbiano ricordi da rinverdire e speranze da accarezzare.”

 

Questa carta riporta 29 luoghi, dove è possibile ammirare castagneti da frutto, utilizzando la rete sentieristica CAI. La carta non vuole e non può, essere esaustiva di tutti i castagneti dell’Appennino modenese e reggiano, ma indica quelli di proprietà pubblica che hanno avuto contributi dal GAL per il loro miglioramento e altri castagneti significativi, che appartengono al demanio pubblico di comuni o di usi civici, oppure di privati che li utilizzano a scopo agricolo e turistico.

La legenda nella carta elenca ed illustra sommariamente i diversi castagneti e alcuni edifici rurali recuperati a scopo didattico.

Vi invitiamo quindi ad una visita rispettosa e consapevole di questo importante patrimonio naturale, culturale e paesaggistico, arrivato dal passato ai giorni nostri.