Giovedì 24 Mag 2018
 



Castagne e castagneto nell'Appennino del passato

Per il sostentamento delle popolazioni appenniniche, oltre all'allevamento e all'agricoltura, erano di estrema importanza le risorse più strettamente legate all'ambiente.

Gli antichi Romani diedero un contributo decisivo alla diffusione e coltivazione della specie, non solo in Italia, ma in tutta l’Europa centro-meridionale.

Nei primi secoli del Medioevo, furono principalmente gli Ordini Monastici a preservare e diffondere la coltivazione del castagno considerato “l’albero fruttifero portante per eccellenza”.

Nell’Italia settentrionale del medioevo, a seguito delle invasioni barbariche, alle carestie, alla decadenza dell’impianto rurale ed urbano dei Romani, alle ricorrenti crisi demografiche, l’areale del castagno, fra l' XI ed il XV secolo, si sviluppò notevolmente in Piemonte, Liguria, Toscana. Occupò buone posizioni anche in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. Fino all'epoca Moderna, nella dieta alimentare delle popolazioni montane e rurali le castagne e la loro farina rappresentarono un aiuto, spesso indispensabile, per la sopravvivenza di intere generazioni impossibilitate a disporre in abbondanza cereali e proteine animali.

Durante tutto l’Ottocento, centinaia di migliaia di contadini e montanari dipendevano, in buona parte dalle castagne fresche, secche o sfarinate; i castagneti erano generalmente ben coltivati e ripuliti per favorire la produzione di frutto, mentre si andavano selezionando meglio le varietà in relazione alle condizioni locali, nonché quelle da farina rispetto a quelle da consumo fresco.

Il periodo dell’epoca antica in cui si ebbe maggiore diffusione dei castagneti fu quello medioevale, quando la decadenza delle città ed il ritorno delle paludi spinsero molte popolazioni ad insediarsi nella collina e nella montagna. Nell’Emilia centrale quindi alla castagna è legato il nome di Matilde di Canossa, alla quale secondo la tradizione,si deve una politica di piantumazione a larga scala a partire dalla collina ,fino ad alta quota.

“Lo spazio occupato dal castagneto, assai più vasto di quello che gli aspetterebbe naturalmente, é frutto di una assidua e millenaria diffusione ad opera dell'uomo a discapito di querceti o di altre piante.”1

Il castagno é utilizzato in forme diverse, ma quella alimentare finisce per assumere il ruolo più importante, attraverso la diffusione e gli innesti in ‘castagneti da frutto’. Il castagneto, fino alla prima guerra mondiale, occupava circa un sesto dell'area forestale della penisola, con grandi estensioni in Garfagnana e Lunigiana.

Il castagno diviene qualcosa di intermedio tra la pianta del bosco e la pianta agraria, trasformandosi in ‘albero del pane’ per molte povere popolazioni di montagna.

Le castagne giungevano su tutti i mercati cittadini, costituivano perciò un importante merce di scambio e una risorsa commerciale per le genti montanare. 2 Si può notare uno stretto rapporto tra la presenza di estesi castagneti e la relativa alta densità demografica delle zone di montagna, ciò per la caratteristica di albero alimentare, che ha bisogno di cure a attenzioni da parte dell'uomo. La correlazione tra pressione demografica e diffusione del castagneto appare evidente nel corso dei secoli. La castagna fa parte dei prodotti che dalla montagna scendeva verso le città di pianura non soltanto in Emilia, ma valicava anche il crinale verso Firenze, Lucca e Pistoia.

 

1 G. Cherubini, Signori, Contadini e Borghesi. Ricerche sulla società italiana del basso medioevo, Firenze 1974.

2 Cfr.. G. Cherubini, La civiltà del castagno alla fine del Medioevo, in L'Italia rurale del basso medioevo, Bari 1984.